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«A letto dopo Carosello». Davvero un’altra #famiglia?

«A letto dopo Carosello!». Che nostalgia, per un baby-boomer degli anni Sessanta come me, la frase fatidica di mamma o papà. Televisione in bianco e nero, altri tempi: da Calimero al Gigante Buono, dal Gringo a Carmencita, altro che il logorio della vita moderna di adesso. Mi è venuto in mente perché lunedì sera, su Raitre, «La Grande Storia» sarà dedicata a questo straordinario pezzo di società e cultura italiana (la prima puntata andò in onda il 3 febbraio 1957, l’ultima il primo gennaio 1977).

Dietro quella frase – diga ferrea che riuscivo soltanto qualche volta a bypassare per poter vedere Alighiero Noschese e Sylvie Vartan in “Doppia coppia”  – c’era tuttavia un mondo (di rapporti, di impostazione educativa) che è certo lontano, spazzato via dall’evolvere delle cose, ma che non è tutto da buttare. Al di là dei formalismi superati, si sapevano dire dei “no” in famiglia (e quanto sono importanti nella relazione tra genitori e figli). Soprattutto c’erano spazi delimitati per le età (la tivù dei ragazzi, per esempio), tutto il contrario di quanto accade oggi, dove non esistono più margini di separazione tra adulti, bambini e ragazzi, dal Web al piccolo schermo alla vita reale, con i pesanti danni e guasti che ne conseguono (sempre attuali, su questo fronte, gli studi del sociologo americano Neil Postman, ecologo dei mass media, scomparso nel 2003).

Chissà. Forse «A letto dopo Carosello!» potrebbe diventare il manifesto per un nuovo patto educativo nel villaggio globale delle post-verità. Bisognerebbe che qualcuno ci pensasse seriamente.