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Passeggini e figli: fuori dal cassetto il Ddl Lepri

Tralascio ogni considerazione sul voto e sulla legge elettorale, per educazione. Tuttavia – qualora: si vada alla scadenza naturale della XVII legislatura con una nuova normativa degna di tale nome; non vi siano altre scissioni autodistruttive della sinistra come profetizzato nel 2010 dall’insuperabile Guzzanti-Bertinotti e non si susseguano gazzarre assortite nei palazzi – dico che i prossimi mesi potrebbero essere una proficua occasione affinché la politica provi a generare del buono per la famiglia. Poco, per provarci: giusto qualcosa di intelligente (magari un po’ di sinistra?) per non offrire su un piatto d’argento l’Italia a quanti hanno un Grillo per la testa. Poco, perché sarebbe ora: soprattutto considerando il metafisico nulla democristiano (o quasi) che è stato disposto sul tema dal dopoguerra a oggi, se non con interventi spot, scientificamente non coordinati, ma chirurgicamente finalizzati al voto di scambio.

Come? Esiste il Ddl Lepri (Ddl_1473 dal nome del senatore Stefano Lepri del Pd, primo firmatario con altri cinquanta colleghi dem, tra cui anche Monica Cirinnà): potrebbe diventare la «delega al governo per riordinare e potenziare le misure dei figli a carico». La proposta è in campo dal 2014, e – se i nostri politici facessero uno sforzo – potrebbe non finire nel cassetto. Il testo – che ha avuto varie vicissitudini ed emendamenti – introduce il concetto di bonus unico ai figli (150 euro che si ridurrebbero progressivamente in base agli Isee da 50mila a 70mila euro di reddito, ma con un innalzamento della soglia di cinquemila euro per figlio) fino ai 18 anni. Prevede anche un sostegno per i maggiorenni a carico fino ai 25 anni e altri aspetti molto interessanti e da approfondire. Ha bisogno di copertura finanziaria, certo, almeno quattro miliardi, ma ha due grandi vantaggi.

Il primo vantaggio è culturale: fa entrare per la prima volta la centralità del concetto di “figli” in un provvedimento che potrebbe essere l’inizio di  politiche più organiche e strutturate; non è ancora il massimo (perché non è il “quoziente familiare” alla francese e servirebbe una autentica riforma fiscale per la famiglia), ma è compatibile con il “fattore famiglia” già introdotto in Lombardia e che altre regioni – indipendentemente dal colore della maggioranza – stanno studiando per far calare la pressione fiscale su padri e madri. Il secondo vantaggio è politico. Matteo Renzi, in una intervista al quotidiano cattolico Avvenire (il 23 aprile scorso, la trovate cliccando qui), si è speso a sostegno del Ddl Lepri («interessante, ci stiamo lavorando»), anche se – subito dopo – ha precisato: «Se devo dirla tutta, credo che questa legislatura non sarà quella decisiva sul rapporto fisco-famiglie. Penso infatti che sarà la prossima quella destinata a sciogliere i nodi del reddito familiare e del quoziente». Ma come, signor segretario? Già siamo tutti “leggermente” alterati nei confronti della classe dirigente politica (e ne abbiamo ben donde), possibile – trattandosi di una delega – che non riusciate a compiere un passo per portarvi avanti lasciando al dopo elezioni una seria pianificazione finanziaria pluriennale? Non sarebbe una mossa azzeccata anche per voi?

Rimuginavo intorno alla questione mentre sul mio pc riappariva l’immagine dei passeggini vuoti durante la manifestazione in maggio del Forum delle associazioni familiari e rileggevo la riflessione del demografo Alessandro Rosina sul ritorno delle nascite pubblicata il primo giugno da Avvenire. Intendiamoci bene: per come la penso, qui non c’è alcun bisogno di peccare in pensieri, parole, opere e omissioni con l’imbarazzante “bulimìa adinolfiana” (le creature del “Popolo della famiglia”, dopo questa tornata amministrativa, si definiscono “quarto polo” con uno spericolato eccesso di self confidence, ma in Italia, si sa, vincono sempre tutti). Basta avere a cuore il futuro dell’Italia e coltivare il bene comune – da veri politici – per occuparsi di figli (di qualsiasi famiglia) e di futuro.

 

  • Francesco Antonioli |

    In effetti non si capisce perché. L’analisi è complessa. Qualche spunto ce l’ho ed è legato a una certa ideologia che ha sempre troppo innervato la politica italiana, peraltro troppo vicina geograficamente al Vaticano. Occuparsi di famiglia non significa necessariamente essere cattolici, sennò non si spiegherebbe perché la laicissima Francia sia così avanti sul tema. Spero davvero che come Paese si possa compiere un passo in avanti, ragionando sulle idee e sulle proposte. Maternità e famiglia, vissute con grande senso civico da molti genitori laici sposati secondo il Codice civile (che peraltro dice cose serie e belle sul matrimonio), vanno aiutate a prescindere: perché significa davvero investire sul futuro. Grazie per il suo contributo.

  • stefano schiavon |

    Non si capisce come su un tema così importante la sinistra latiti. Pregiudiziali ideologiche? La maternità fa paura perché rende disuguali? Problemi di natura ideologico-femminista contro la famiglia e il focolare? La paura di affrontare temi abbandonati alla destra? È meglio preoccuparsi solo di immigrati e degli lgbt? Temo che la sinistra non sia più in grado di proporre nulla perché ha perso qualsiasi visione antropologica dell’uomo e della società.
    Non si capisce perché

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