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Famiglia che costruisce

Family Economics, la famiglia che salva il cuore dell’economia

La famiglia può salvare il cuore dell’economia? Riusciremo a rileggere il rapporto tra economia e famiglia, attribuendo a genitori e figli il reale “valore aggiunto” e la capacità di generare “capitale sociale”? C’è tutto un modo di intendere la società e il futuro, dietro queste domande, che fa leva sul principio di sussidiarietà e sulla ricerca del bene comune.

libro_familyNe parla Lubomír Mlčoc, in un interessante volume appena pubblicato in Italia («Family Economics. Come la famiglia può salvare il cuore dell’economia», Edizioni San Paolo, pagine 320, euro 18), con una accurata traduzione del testo originale del 2014 a cura di Francesco Belletti, direttore del Cisf, il Centro internazionale Studi Famiglia. Mlčoc è un economista che insegna all’Università Carlo IV di Praga ed è membro della Pontificia Accademia delle  Scienze Sociali. Belletti ha seguito con passione e convinzione il progetto editoriale, che ora è un libro che meriterebbe essere recapitato a tutti coloro che in qualche modo – nel nostro malandato Belpaese – dicono di volersi occupare di famiglia, indipendentemente dal loro orientamento.

Per ragionare di politiche per famiglia, serve una contaminazione di saperi, psicologici, sociologici, storici. Il dato interessante del volume – talvolta un po’ ostico per non addetti ai lavori  – è che apre con coraggio uno sguardo multidisciplinare sulla famiglia, mettendo in guardia da una lettura strettamente economica. E oggi, uscendo dal tunnel della lunga crisi, c’è poco da discutere: bisogna cambiare i paradigmi se si vuole costruire futuro. I ragionamenti di «Family Economics» vanno in questa direzione. Mlčoc critica in maniera puntuta l’economia della famiglia così come impostata dallo statunitense Gary Becker, Nobel per l’economia nel 1992 e scomparso tre anni or sono. Allievo del liberista Milton Friedman, Becker ipotizza nella sua teoria ogni famiglia come una “piccola fabbrica”: cosicché tutte le scelte legate a una coppia, dal matrimonio ai figli al divorzio, hanno una chiave di lettura dal punto di vista economico. Ma è limitativo, secondo Mlčoc, perché vanno introdotte – per esempio – la specificità delle relazioni familiari, il lavoro non retribuito (beni e servizi realizzati in casa), la produzione di capitale sociale, di reputazione e di fiducia. Insomma, non contano soltanto il conto profitti e perdite, la valutazione costi-benefici economici, la previsione di rendimento economico rispetto a qualsiasi investimento positivo sugli anni a venire.

Solo profitto? Ecco perché possono essere scardinati i meccanismi perversi del consumismo e quella lettura economica e giuridica che “riduce” la famiglia non riconoscendole gratuità, creazione di valore, capacità generativa. Intendiamoci bene: le riflessioni di Mlčoc sono chiaramente di ispirazione cristiana, ma sono straordinariamente adatte – oggi – anche in una prospettiva seriamente laica. Non è un caso che si soffermi sul caso dello Stato francese, per sottolinearne tutti gli aspetti positivi.

Oltre trecento pagine, nove capitoli, una ricca bibliografia, spunti da raccogliere.

Quando i Paesi si avvitano su quanto destinare al sostegno della famiglia – che nelle nazioni sviluppate, tra politiche dirette e indirette, può variare tra l’1% e il 4% del Pil – ci si concentra sulla produzione della ricchezza, su come far ripartire l’economia e la produzione industriale, ma molto meno, per non dire mai, sul debito demografico e sul deprezzamento di capitale umano dovuto alla bassa fertilità. Che fare? «Non è facile trovare una soluzione a questi debiti – risponde Mlčoc – perché la logica dei cicli economici costringe i governi a concentrarsi su priorità di breve termine e sul debito esplicito. La soluzione ai debiti demografici e finanziari impliciti viene ovviamente rimandata. Così, in forza di questa logica, si può arrivare a sostenere che la spesa pubblica per le politiche familiari e per la natalità deve essere ridotta. La politica è l’arte di trasformare i seri problemi di oggi in problemi ancora più seri per il futuro…».

Grazie a Francesco Belletti, dunque, per avere portato in Italia un testo del genere. Non poteva essere diversamente, forse, per una persona impegnata su questo fronte (non ultimo, tra il 2009 e il 2015, anche come presidente del Forum delle Associazioni familiari). C’è bisogno più che mai, in questo periodo, di non mettere superficialmente da parte il tema della famiglia come risorsa per lo sviluppo. Nel volume Belletti ha curato anche una scheda integrativa sul contesto italiano: con le sue carenze sistemiche e fiscali, ma anche con proposte che meriterebbero attenzione come il “fattore famiglia” (che non è ancora il quoziente familiare, ma gli si avvicina).

Un caro amico, in questi giorni, è con sua moglie in un Paese dell’Est europeo per una adozione internazionale. Torneranno a casa con quattro sorelline, dai tre ai sette anni, perché si sono detti disponibili fin dall’inizio a non separare dei fratelli, ma hanno poi dovuto decidere in pochissimo tempo – e con eroica generosità – a questo “tsunami esistenziale”. Fa rabbia pensare che non siamo ancora in linea con una fiscalità adeguata e che certi disegni legislativi, come il Ddl Lepri (ne ho parlato recentemente su questo blog), siano ancora al palo. Lo ha scritto sabato scorso il segretario generale della Cei Nunzio Galantino su Il Sole 24 Ore: «Oggi fare famiglia, e in queste condizioni, sembra proprio affare da eroi». Bene dunque che ieri sia stata confermata la Conferenza nazionale sulla famiglia del 28-29 settembre dove a Roma si discuterà del Piano nazionale per la famiglia. L’Italia sarà anche un Paese di furbi, ma lo è altrettanto di gente splendida. Davvero è così: la famiglia non brucia ricchezza pubblica, ma ne genera. Non solo Industria 4.0 – mi verrebbe da dire -, ma Famiglia 4.0 (anche se in Italia bisognerebbe fare quattro rivoluzioni in un colpo solo).